Pentecoste: la Chiesa si apre al mondo…

L’annuncio cristiano è la “globalizzazione” della fede e della fraternità umana

La prima comunità cristiana, composta da un gruppuscolo di credenti provenienti unicamente dall’Ebraismo, a Pentecoste comprende chiaramente la portata della sua missione: tutti i popoli della terra, senza distinzione di lingua, razza o cultura, è chiamata ad affratellare nell’amore di Gesù. Possiamo ben dire, allora, che il cristiano è per sua natura “cittadino del mondo”. La questione è più che mai attuale, vista la situazione in cui viviamo segnata più che mai dal fenomeno inarrestabile dell’immigrazione, della multiculturalità e della globalizzazione. Per il credente la domanda è irrinunciabile: in che modo l’annuncio cristiano può e deve ispirare l’azione politica, gli scambi commerciali, il confronto culturale? Diciamo semplicemente: è necessario di continuo ripensare l’idea stessa di “nazione” per superare ogni forma sempre risorgente di nazionalismo e aprirsi a una convivenza accogliente e solidale verso tutti. Si tratta di distinguere adeguatamente tra nazionalismo e patriottismo; di discernere tra sentimenti positivi e negativi; di riconoscere e difendere i diritti delle minoranze contro la tendenza all’uniformità; di ricercare formule che, superando l’immediata identificazione tra “stato” e “nazione”, consentano a popoli diversi di vivere in un’unica entità statale vedendo salvaguardati i propri diritti e la propria identità. A questo riguardo, la nostra Svizzera, se non vuole perdere il treno della storia, ma crescere alla luce di quei principi democratici (in larga misura attinti dal Vangelo) che nei secoli passati l’hanno resa un modello per tutti i popoli, deve costantemente interrogarsi sul suo rapporto con i Paesi dell’Europa e del mondo intero.

Occorre altresì, in un contesto come il nostro segnato sempre più dall’interdipendenza e dalla globalizzazione dei fenomeni economici, sociali e politici, dare vita a un nuovo diritto internazionale. Occorrono la concertazione tra i vari Paesi e il consolidamento di un ordine democratico internazionale e mirare a una sorta di “governo mondiale”. Perché ciò possa avvenire è necessario puntare al superamento della sovranità assoluta degli Stati. Questa è la strada maestra per dare al mondo un ordine più giusto e una sicurezza stabile, arrivando a una forma democratica e partecipata di governo mondiale. Era l’auspicio del Concilio Vaticano II: “Questo naturalmente esige che venga istituita una autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, la quale sia dotata di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti” (Gaudium et spes, n. 82). La Pentecoste cristiana può positivamente ispirare il cammino della “nuova umanità”.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

La Chiesa degli “Atti degli apostoli”…

Nell’annuncio cristiano c’è il fondamento della dignità dell’uomo

Ci accompagna fino a Pentecoste, sia nelle Messe festive che feriali, la lettura degli “Atti degli apostoli”, il libro che narra la vita delle prime comunità cristiane. Sono ogni volta sorpreso dalla forza travolgente che animava la testimonianza di quei primi credenti: “Gesù, il crocifisso, è risorto e noi che lo abbiamo visto lo annunciamo a voi, perché anche voi crediate. Gesù è il Signore, il Figlio inviato dal Padre per la salvezza di tutti gli uomini”. Queste elementari verità della nostra fede oggi ci sembrano assai comuni, tanto che troppo spesso finiamo per trascurarne la portata. Con difficoltà noi riusciamo ad immaginare lo sconvolgimento che invece esse portarono nell’anima antica. L’annuncio della risurrezione di Gesù segnò la risurrezione della speranza. L’uomo si sentì liberato dalla schiavitù che il Destino faceva pesare su di lui. Il Dio amico degli uomini rivelatosi in Gesù di Nazaret apriva a tutti una via che nulla avrebbe più potuto chiudere. In pochi decenni l’annuncio del Vangelo si propagò in tutto l’Impero romano.

Se però noi discendiamo il corso dei secoli fino all’alba dei tempi moderni, facciamo una strana scoperta: quella stessa idea cristiana dell’uomo, che era stata accolta un tempo come una liberazione, incomincia ad essere avvertita come un giogo. Quello stesso Dio, in cui l’uomo aveva imparato a riconoscere il sigillo della propria grandezza, incomincia a sembrargli un rivale, addirittura il nemico della propria dignità. Qui c’è una vera svolta drammatica. C’è, nel suo massimo grado di concentrazione, la grande crisi dei tempi moderni, proprio quella stessa crisi che genera disordini, egoismi, tirannie, ingiustizie, guerre, tutte espressioni, una volta ancora, del disprezzo e della negazione della dignità umana. Come tornare a far sì che il Vangelo sia annunciato e compreso nella sua dirompente forza liberatrice? Come far comprendere all’uomo del nostro tempo la proposta “umanissima” della fede cristiana? Il Concilio Vaticano II non ha esitato a riconoscere che: “Nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione” (Gaudium et spes, n. 19). Siamo quindi chiamati ancora una volta a conversione per ridiventare ancora una volta cristiani. E l’esempio della prima Chiesa, che per la sua fedeltà al Signore Gesù ha conosciuto persecuzione e martirio, rimane il modello insuperabile.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Ancora sul suicidio…

Accettare o rifiutare la vita significa vederla come valore o disvalore…

Un lettore mi scrive: “Il fenomeno è tragico e curioso insieme: da un lato si nota il desiderio, o addirittura l’ossessione, di godersi la vita il più possibile, e dall’altro il disprezzo della vita. La violenza nei rapporti umani, la disonestà, la visione banale della sessualità, lo scempio del creato, il suicidio, non sono infatti chiari segnali di un profondo disamore per la vita?”. Sono pienamente d’accordo. Dentro la concezione di una vita tutta protesa egoisticamente al solo godimento fisico, l’uomo avverte alla fine di trovarsi in un vicolo cieco. E sono le cose stesse a ricordargli ad ogni istante la necessità di andare “oltre le cose” per non rimanerne schiavo. “Oltre le cose” non significa però mai “disprezzo del mondo”, come a volte una morale “cristiana” poco evangelica ha potuto lasciare intendere, ma l’uso delle cose nella prospettiva di un dono d’amore agli altri. Al di fuori di questa prospettiva il “godersi la vita” ha solo il sapore della morte. Non è un caso che la morte, così accuratamente rimossa dall’orizzonte pratico dell’uomo moderno, paradossalmente si ripresenti direttamente proporzionale alla sua volontà di godere delle cose di quaggiù. Non è infatti la droga, conseguenza estrema del materialismo e dell’edonismo, l’ebbrezza del godimento più prossima alla morte? La crisi della concezione trascendente dell’esistenza, dei valori morali, ha prodotto un fatale ed evidente disamore alla vita. Accettare o rifiutare la vita, questo è il vero problema, significa vederla come valore o disvalore.

La nuova modernità, si ripete con insistenza, deve costruire un mondo a misura d’uomo perché “l’uomo è la misura di tutte le cose”. Sentenza antica e formidabile ma che occorre assolutamente precisare alla luce dell’esatta visione del “mistero-uomo”. Qual è, infatti, la vera misura dell’uomo? È solo di natura biologica, economica, politica, o c’è qualcos’altro? È a questo punto, cogliendo in profondità gli interrogativi del nostro tempo, che i cristiani “esperti in umanità”, come ebbe a dire Paolo VI, sono chiamati ad evangelizzare la cultura moderna tentata dal pessimismo e dalla morte, annunciando quel Dio della Vita che solo conosce la vera misura dell’uomo. Cominciando semplicemente… dall’Amore! “Amour veut dire toujours”, dice un celebre adagio francese. Vale per tutti, credenti e non credenti, perché nella misura in cui noi amiamo, istintivamente avvertiamo che l’esperienza dell’amore trascende il mero dato biologico e il condizionamento temporale, e ci colloca in una dinamica divina che sa di eternità. La proposta cristiana (ma quanti equivoci ancora da dissipare anche per colpa degli stessi credenti) è una proposta di vita pienamente umana.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

“Non voglio più soffrire e la faccio finita…”

Il suicidio, paradossalmente, diventa il grido drammatico di un bisogno di vita!

“Non ne posso più… Sono depresso… Non trovo lavoro… Sono ossessionato dai debiti… Sono solo e abbandonato da tutti… Meglio farla finita!”. Sempre più spesso mi capita di ascoltare sfoghi come questi, ed è sempre un’esperienza sconcertante. La prima reazione è quella di un silenzio imbarazzante. Non riesco a dire nulla. Il crescente disagio sociale ed economico, che non tocca solo la vicina Italia, è sotto gli occhi di tutti e lascia sgomenti. Inutile tentare di far comprendere al disperato che si sfoga, anche se verissime, argomentazioni etiche e religiose. Certo, l’uomo non è il padrone della propria vita, ne è piuttosto l’amministratore fedele, e l’infedeltà più grave e assurda è quando questo amministratore getta via la propria esistenza come una cosa priva di valore, ma nell’animo di un disperato questa argomentazione di solito non fa molta presa. Attenzione poi a non peggiorare la situazione con “sentenze religiose” del tipo: il suicidio è un peccato gravissimo, perché è l’espressione estrema di una autonomia distruttiva di fronte a Dio creatore. Attenzione, perché nella realtà della vita raramente il suicidio riveste questa malizia deliberata. Quando veniamo a conoscenza del suicidio di un amico che abbiamo conosciuto come una persona buona e onesta, possiamo essere sicuri che si è trattato di un corto circuito psicologico e non di un atto morale imputabile. Di questi nostri poveri fratelli che la fanno finita dobbiamo invece dire che, più l’uomo è disperato, più il Signore spalanca le sue braccia di misericordia e di tenerezza. Come una mamma o un papà che alla vista del figlio angosciato moltiplicano le loro premure per aiutarlo.

Ma il discorso si fa estremamente ampio e complesso fino a coinvolgerci tutti. Infatti, in moltissimi casi la colpa del suicidio ricade sulla società, quindi su tutti noi, perché spesso la disperazione riflette la mancanza di coloro che avrebbero dovuto rendere giustizia e prendersi amorevolmente cura della persona in difficoltà. Quante persone socialmente “diverse”, psicologicamente problematiche o irrecuperabili, o semplicemente anziane, vengono trattate in un modo che equivale a un pratico invito a togliersi di mezzo dal teatro della vita. E un tentato suicidio, in molti casi, è un ultimo disperato tentativo per ottenere un po’ di attenzione e di affetto. C’è di che riflettere seriamente, perché tutti siamo chiamati a farci carico della sofferenza del nostro prossimo. “E nessuno – amava ripetere madre Teresa di Calcutta – è così povero da non poter dare a qualcuno anche solo un piccolo aiuto. E anche il più piccolo dono fatto con cuore grande diventa qualcosa di grande”.

Posted in Uncategorized | 1 Comment

Quelle parole così “moderne” di papa Francesco…

“Cari pastori, abbiate su di voi l’odore delle pecore”… e non la puzza sotto il naso!

È stato sicuramente Paolo VI, “il papa più moderno del ventesimo secolo”, come lo definì l’amico filosofo Jean Guitton, che più di tutti avvertì il dramma della mancanza di “feeling” tra Chiesa e mondo moderno. Ricordo l’impressione che mi fece, ero ancora un ragazzo, quando durante un Angelus in piazza san Pietro lo sentii pronunciare, con voce grave e come rotta dal pianto, queste parole: “Si direbbe che tra la Chiesa e la società oggi non sussista più un linguaggio comune. È assolutamente necessario abbattere questo muro di incomprensione”. In queste settimane, come per incanto, si direbbe che con papa Francesco questo muro sia stato abbattuto. A cominciare dal primo saluto rivolto alla folla la sera stessa dell’elezione: “Fratelli e sorelle, buona sera”. Ho la netta impressione che in quel semplicissimo e umanissimo “buona sera” ci sia già, in qualche modo, la spiegazione del meraviglioso “feeling” creatosi tra il papa argentino e la gente.

Non si può negare che sulla Chiesa, e su quella cattolica in particolare, grava ormai da secoli un sospetto che non è facile smontare: il sospetto che ogni suo tentativo di farsi “moderna” sia stato insincero, a causa della sua sfiducia nella vita, in tutto ciò che parla di evoluzione, di progresso, di emancipazione e di gioia. Basti pensare al fossato di incomprensione venutosi a creare tra Chiesa e mondo moderno sui temi legati alla sessualità. Un terribile equivoco carico di conseguenze disastrose! L’orizzonte indicato dai cosiddetti maestri del sospetto, Nietzsche, Marx e Freud, che estremizza il cambiamento di prospettiva culturale iniziato con il Rinascimento, è a dir poco traumatico dal profilo della fede: quello dell’umanesimo contro il medioevo cristiano! Sulla scia del Concilio Vaticano II, che raccolse questa sfida, non sono certo mancati credenti capaci di far propria, nello spirito della fede, la cultura moderna, ma ciò di cui la Chiesa e il mondo hanno soprattutto bisogno è la testimonianza credibile di uomini che vivano la fede nel senso della vita, nello stesso solco in cui scorre la storia dell’uomo con tutte le sue speranze e contraddizioni. La sostanziale modernità di papa Francesco, che la gente ha compreso con immediata intuizione, risiede esattamente nella sincerità totale con cui sa accostarsi alla realtà delle cose. Assai significativa al riguardo è la sua raccomandazione ai pastori del gregge cristiano: “Cari preti, abbiate su di voi l’odore delle pecore”. Come a dire… non siate pastori, magari ineccepibili nell’esposizione della dottrina, che però hanno la puzza sotto il naso e temono di sporcarsi le mani dentro le realtà della terra!

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Papa Francesco: umiltà, bontà, coraggio e… umorismo

Quei pastori che si isolano e passano il tempo a mettere i bigodini alle pecore…

Ho letto con molta curiosità il libro appena uscito su papa Francesco, allegato al “Corriere della sera” e ricavato da una conversazione di qualche anno fa con i giornalisti Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti. Le parole di papa Bergoglio sono di una semplicità e di un candore che innanzitutto commuovono, ma che non mancano anche di sorprendere per la loro chiarezza, profondità e audacia. Insomma, sapendo che ci sono sempre quelli che approfittano per tirare l’acqua al loro mulino e seminare zizzania, ci vuole decisamente del coraggio ad affermare che: “A una Chiesa che si limita ad amministrare il lavoro parrocchiale, che vive chiusa nella sua comunità, succede esattamente come a una persona reclusa: si atrofizza fisicamente e mentalmente. O si deteriora come una stanza chiusa, dove proliferano muffa e umidità. A una Chiesa autoreferenziale succede esattamente come a una persona autoreferenziale: diventa paranoica, autistica. È ovvio che se uno esce in strada gli può anche succedere di avere un incidente, ma preferisco mille volte una Chiesa incidentata a una Chiesa malata. In altre parole, voglio dire che una Chiesa la quale si limita solo a svolgere un lavoro amministrativo, a custodire il suo piccolo gregge, è una Chiesa che alla lunga si ammala. Il pastore che si isola non è un vero pastore di pecore, ma un ‘parrucchiere’ di pecore che passa il suo tempo a mettere loro i bigodini, invece di andare a cercarne altre”. Più chiari di così! Eppure queste parole severissime non feriscono e non scoraggiano, infondono piuttosto un desiderio di bene e di rinnovamento, perché condite dall’umiltà, dalla bontà e anche da un sano umorismo.

Fra i doni di natura di papa Francesco c’è anche quello dell’umorismo, non proprio così scontato nell’esercizio del Magistero papale. L’umorismo scaturisce dall’intuizione del rapporto tra una misura ideale e le deformazioni concrete, e rappresenta, quindi, il trionfo ilare della ragione sulla ridicola serietà delle cose umane. Ed è precisamente per questo che dittatori, tiranni e cafoni non sopportano l’umorismo. Già sul piano della natura esso è un’energia di liberazione, se poi l’umorismo è la qualità di un uomo di fede veramente umile e buono, allora acquista anche un tratto di finezza che lo fa ancora più incisivo perché meno pungente. L’umorismo di papa Francesco è un dono di natura assunto e nobilitato dalla fede e dalla carità. Ce ne stiamo tutti accorgendo in queste prime settimane del suo pontificato. E anche per questo siamo grati al Signore.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Papa Francesco: il primato del cuore!

Sull’esempio del Poverello d’Assisi vuole riportare la Chiesa alla semplicità del Vangelo

All’improvviso è arrivato papa Francesco. E già il nome è tutto un programma. Nel vederlo, quella sera del 13 marzo scorso, affacciarsi al balcone della basilica di san Pietro con quel fare umile e quasi impacciato, davanti ad una folla in delirio, mi sono commosso. Quando ha cominciato a parlare stentavo a credere alle mie orecchie: “Fratelli e sorelle, buona sera… I miei fratelli cardinali sono andati a scegliere il nuovo Vescovo di Roma quasi alla fine del mondo… Vi chiedo un favore, che voi preghiate il Signore perché mi benedica. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me… Grazie per la vostra accoglienza. Ci sentiamo presto. Buona notte e buon riposo”. Così papa Francesco, il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, ha presentato all’Urbe e all’Orbe il suo biglietto da visita che parla di semplicità, di speranza e di bontà. Virtù indubbiamente prima di tutto “umane”, ma che nella dinamica della fede si caricano di significati dalla portata rivoluzionaria: primato del Vangelo nella sua radicalità, come san Francesco d’Assisi “sine glossa”, ossia senza interpretazioni riduttive e accomodanti, povertà, condivisione, umiltà, mitezza, annuncio dell’amore intramontabile di Dio per ogni creatura! Sono trascorse poche settimane dall’elezione, ma ogni giorno questo papa, attraverso i suoi gesti umilissimi, tenerissimi e insieme audaci, non cessa di sorprenderci. Mi viene spontaneo applicare a papa Francesco quanto padre Ernesto Balducci diceva a proposito di Giovanni XXIII: “Se non fosse diventato papa, chi mai avrebbe saputo che nella Chiesa batteva un cuore come il suo? Fra qualche anno sarebbe morto un cardinale in più e dopo i consueti discorsi l’eterno silenzio su di lui. La Chiesa ha dei tesori segreti che non sempre la Provvidenza mette in mostra. Questa volta il tesoro è bene in vista e perfino le future generazioni ne ricorderanno lo splendore”. Quale meraviglioso dono il Signore ha voluto fare alla Chiesa e al mondo! E quale insegnamento per tutti! Il vero potere è il servizio umile e generoso, la vera forza è la mitezza, la vera vittoria è l’amore che sempre perdona. Naturalmente lo sapevamo già, ma vedere un uomo che ci crede davvero e si sforza di viverlo fino in fondo ci lascia sbalorditi e pensosi. Sì, pensosi, perché se è vero che “Ecclesia semper reformanda”, la riforma non possiamo pretenderla solo dagli altri o solo dai vertici della gerarchia, ma deve innanzitutto partire dal cuore di ciascuno di noi, da me scrivo e da te che leggi. Concludo citando ancora padre Balducci incantato dalla figura di Giovanni XXIII: “Ora bisogna darsi da fare, non fosse altro per non farlo stare in pena, quel Santo Vecchio”.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Pasqua di Gesù: quale vittoria?

Solo chi crede nella forza dell’Amore può credere nella risurrezione

Dal fondo di una cella, poco prima di venire impiccato per ordine di Hitler, Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo evangelico, ha scritto queste sorprendenti parole: “Il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?). Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Davanti e con Dio, viviamo senza Dio”. Cioè senza quel Dio dei nostri fantasmi di onnipotenza, quel Dio padrone del tempo e della storia, quel Dio altissimo che si rivela nei fulmini del Sinai, o ancora quel Dio autoritario e faraonico che avrebbe in mano ogni potere.

Quanto è difficile credere nel Dio che Gesù di Nazaret ci ha rivelato… nel Dio del Venerdì Santo! È più facile, anche recitando preghiere cristiane, scivolare sempre verso una concezione pagana di Dio. Chiediamoci sinceramente: a quale Dio pensiamo quando diciamo: O Dio onnipotente ed eterno che governi il cielo e la terra… Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli? La visione del Dio onnipotente e onnisciente popola sempre il nostro immaginario, anche se inevitabilmente, prima o poi, ci conduce verso vicoli ciechi, illusioni e contraddizioni. Questo Dio, in effetti, è anche e ovviamente, un Dio che noi temiamo. O ancora, è un Dio che prima o poi ci delude o ci fa ribellare in ragione del suo silenzio e della sua inefficienza. È quello stesso Dio che tanti, per spontanea reazione, congedano del tutto, talmente è diventato impensabile e insostenibile.

Tutt’altro è invece il volto di Dio che Gesù ci ha descritto e che dalla Croce ci è dato di contemplare. Dio non mostra la sua potenza salvando Gesù dalla morte con uno strepitoso prodigio che umilia i nemici, ma facendo risorgere il Figlio il mattino di Pasqua. La morte non è scavalcata ma accettata e subita, per poi essere vinta da quell’Amore divino che neppure la morte può sconfiggere. La vittoria pasquale passa attraverso la sconfitta della Croce: “Non bisognava – dice Gesù ai discepoli di Emmaus – che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Luca 24,26). Quindi, essere cristiani, e la risurrezione è il cuore del cristianesimo, significa credere nella forza dell’Amore. Ed è una scommessa che alla fine coinvolge tutti, credenti e non credenti, perché il senso pieno dell’esistenza si gioca per ogni uomo dentro la capacità di amare e di essere amati.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Nel ramoscello di ulivo benedetto…

…è racchiuso il mistero della gloria e dell’umiliazione del Re crocifisso

“La Chiesa non è la padrona né la serva dello Stato, ma piuttosto la sua coscienza critica”. Qualche lettore mi chiede di commentare questa lapidaria affermazione del grande Martin Luther King, pastore della Chiesa battista, negro-americano, apostolo della non violenza, premio Nobel per la pace nel 1964, assassinato a Memphis il 4 aprile 1968, che ho citato in una riflessione di qualche settimana fa. Il commento più vero che si possa fare è quello di rileggere la frase nel suo preciso contesto, che è quello di una predica senza peli sulla lingua che il pastore King rivolse alla sua comunità qualche mese prima di morire.

“Sedotti dai simboli mondani del successo, abbiamo misurato le nostre conquiste dalle dimensioni della nostra parrocchia. Siamo divenuti attori per compiacere i gusti e i capricci del pubblico. Facciamo prediche comode ed evitiamo di dire dal pulpito qualsiasi cosa che possa disturbare le rispettabili opinioni degli agiati membri della nostra comunità. In nessun luogo la tragica tendenza al conformismo è più evidente che nella Chiesa, una istituzione che spesso è servita a cristallizzare, conservare e anche benedire i moduli della opinione della maggioranza. La sanzione data in passato dalla Chiesa alla schiavitù, alla segregazione razziale, alla guerra e allo sfruttamento economico è la prova del fatto che la Chiesa ha prestato orecchio più alla autorità del mondo che alla autorità di Dio. La Chiesa deve ricordarsi di non essere né la padrona né la serva dello Stato, ma piuttosto la coscienza dello Stato: deve essere la guida e la critica dello Stato e mai il suo strumento. Se la Chiesa non ritrova il suo zelo profetico, diventerà un irrilevante club sociale, senza autorità morale o spirituale”.

Con la domenica delle Palme inizia la Settimana santa. Per gli antichi romani la palma rappresentava il coraggio del vincitore. In molte epigrafi sepolcrali delle catacombe cristiane si trova la palma intrecciata con il monogramma di Cristo, come emblema della vittoria spirituale. E nella cultura antica la palma venne spesso sostituita dall’ulivo. La colomba di Noè, simbolo di rinascita della vita, porta nel becco un ramoscello di ulivo e, secondo la tradizione, la pianta in cui fu intagliata la croce di Gesù era un ulivo. Nel ramoscello di ulivo benedetto che porteremo nelle nostre case è come riassunto tutto il mistero pasquale di Gesù. Ma la “Via Crucis” del Signore è anche la stessa via che la Chiesa è chiamata a percorrere. Profeti e martiri scomodi come Martin Luther King, che per fortuna non mancano anche in questi nostri tempi, non cessano di ricordarcelo.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Quella pietra che Dio non scaglia mai contro l’uomo…

L’augurio per il Papa nuovo: porti a tutti “la medicina della misericordia” di Gesù

Nel Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima, troviamo una parola di Gesù che è divenuta proverbiale: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8,7). Con questa parola, più tagliente di una spada, Gesù penetra nelle profondità del cuore e mette in luce tutte le miserie e le ipocrisie umane, smontando così il tranello che scribi e farisei gli avevano preparato con perfida astuzia. Infatti, il perdono dato alla donna sorpresa in flagrante adulterio (ma l’uomo che fine ha fatto?) poneva Gesù in contraddizione con la legge ebraica, mentre la condanna lo avrebbe messo in contrasto con il diritto romano, poiché solo questi aveva il potere di emettere una sentenza di morte. La sentenza di Gesù va oltre la precettistica. No! Nessun uomo, in quanto segnato dal peccato, può arrogarsi il diritto di mettere a morte un fratello o una sorella peccatori. Semmai solo Colui che è senza peccato avrebbe questo diritto, ma Dio non scaglia nessuna pietra contro l’uomo. Il Dio che Gesù di Nazaret ha rivelato è solo capace di amare e perdonare! Scribi e farisei, sorpresi… in flagrante ipocrisia, gettano la spugna e se ne vanno sconfitti. “Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed ella rispose: Nessuno, Signore. E Gesù disse: Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Giovanni 8,9-11).

L’atteggiamento di Gesù non può che essere quello della sua Sposa, la Chiesa. Sappiamo però che nella storia, purtroppo, non è sempre stato così… Il Concilio Vaticano II, con un gesto coraggioso di autocritica e di ritorno al Vangelo, ha inteso chiaramente rettificare il cammino. Così dichiarava l’umile e grande Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, in quell’indimenticabile 11 ottobre 1962: “Vediamo infatti, nel succedersi da una all’altra età, che le opinioni degli uomini si susseguono escludendosi a vicenda e gli errori spesso appena sorti svaniscono qual nebbia dinanzi al sole. Sempre la Chiesa si è opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ora tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne”.

È l’augurio che con tutto il cuore facciamo al Papa nuovo: porti sempre alla Chiesa e all’umanità, provate da tante lotte e sofferenze, la medicina della misericordia di Gesù!

Posted in Uncategorized | Leave a comment