Ancora sul teologo Hans Küng…

Il celibato dei preti non è una norma divina: si può dunque discutere!

La scorsa settimana si parlava di Hans Küng. Una lettrice mi chiede un parere su un passaggio dell’ultimo e sferzante libro “Salviamo la Chiesa” del nostro teologo svizzero: “Certamente Gesù e Paolo hanno vissuto il celibato in funzione del servizio ai propri simili in modo esemplare, ma su questo punto hanno concesso al singolo individuo piena libertà. Pietro e gli altri apostoli erano sposati. Richiamandosi al Vangelo, il celibato può essere sostenuto solo come una vocazione (carisma) libera e individuale e non come una legge universalmente vincolante”. Non posso che essere d’accordo: se il celibato dei preti non è una norma divina è legittimo discuterne. Tanto è vero che non solo nella Chiesa ortodossa, ma anche nella Chiesa cattolica di rito orientale, troviamo preti regolarmente sposati. Inoltre, qualche anno fa, diverse centinaia di pastori (quasi tutti sposati) della Chiesa anglicana, con il “placet” di Benedetto XVI, sono stati accolti a pieno titolo nella Chiesa cattolica conservando la loro situazione matrimoniale. La norma del celibato sussiste per i preti della Chiesa cattolica di rito latino. Ed è qui che Hans Küng chiede un cambiamento. E non solo lui! Ad esempio, sono decenni che i Vescovi svizzeri domandano a Roma di prendere in considerazione l’ordinazione dei cosiddetti “viri probati” (uomini sposati di provata fede), soprattutto davanti al dramma di comunità cristiane private della celebrazione dell’Eucaristia perché rimaste senza prete “celibe”.

Evidentemente Roma, che deve provvedere alla Chiesa sparsa nel mondo intero, conosce ragioni che forse noi facciamo fatica a considerare, tuttavia è pur vero che la scarsità dei preti, almeno in Europa, è un fenomeno di estrema drammaticità. Se poi crediamo, come insegna il Vangelo e come ha ribadito con forza il Concilio, che il matrimonio non è una via meno santa del celibato, ma ugualmente santa, il vero bene dei cristiani (e l’Eucaristia è il bene più grande), dovrebbe prevalere sulle disposizioni, anche se vecchie di secoli, della disciplina ecclesiatica. Qualche tempo fa ho celebrato il matrimonio di un carissimo amico che per anni ha studiato teologia con la prospettiva del presbiterato. Voleva farsi prete, ma desiderando formarsi una famiglia non è stato possibile. Mi chiedo: è mai possibile che il Signore chiami a diventare prete solo quelli che hanno il carisma del celibato? Non è che stiamo legando le mani anche al buon Dio? È tempo di riflettere invocando la luce dello Spirito. Hans Küng, magari con una veemenza un po’ sopra le righe, ci sta aiutando a farlo.

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Hans Küng: teologo critico ma costruttivo

Ha ricevuto a Udine il Premio Nonino destinato a personalità del mondo della cultura

Sono decenni che Hans Küng, nato a Sursee nel 1927, prete, consulente teologico al Concilio Vaticano II, professore a Tubinga e autore di numerosi e celebri saggi, quali: “Infallibile?”, “Essere cristiani”, “Dio esiste?”, “Cristianesimo”, “Ebraismo”, “Islam”, “Onestà: perché l’economia ha bisogno di un’etica”, fa discutere con la sua teologia “critica”. Pur non avendo mai ricevuto condanne ufficiali (ma solo dei richiami) Küng è sicuramente “l’enfant terrible” dei teologi della Chiesa cattolica, tanto più pericoloso quanto più sempre a piede libero, e perché apprezzato, magari non apertamente, anche da alti Prelati. Nel suo ultimo libro “Salviamo la Chiesa”, l’anziano teologo, coetaneo e collega di studi di Benedetto XVI, non ha peli sulla lingua. Scrive: “Dietro la Sacra romana Chiesa si nasconde un imponente apparato e un potere finanziario che opera a livello mondiale. In alcuni pilastri dogmatici ci sono teologie che nulla hanno a che vedere conla Bibbia e che non raggiungono più gli uomini”. Secondo Küng la riforma auspicata dal Concilio sarebbe stata frenata e insabbiata dalla Curia romana. Il Pontefice polacco e quello tedesco avrebbero ripristinato il sistema romano medioevale, frutto della riforma gregoriana dell’XI secolo, caratterizzato dall’assolutismo papale, dal clericalismo e dal dogmatismo.

Che dire? Forse la veemenza di Küng stupisce e scandalizza anche perché nella Chiesa ci si sta abituando a una progressiva stagnazione. Pare, infatti, di avvertire sempre più un’allergia al dialogo aperto, al confronto schietto, al pluralismo teologico, quasi rappresentassero un venir meno della fede, mentre cresce la tendenza a un intruppamento acritico segnato dalla nostalgia del passato. Anche la “moda” ecclesiastica, che il Concilio aveva reso più sobria, sembra testimoniare questo strano ripiego: le mitre tornano ad allungarsi e i colletti a restringersi; ricompaiono alla grande pizzi e merletti dorati. Ma tanto si può discutere sulla “parresia” graffiante di Küng, quanto sul pappagallismo teologico e l’opportunismo di coloro che per pigrizia e carrierismo preferiscono schivare le sfide dei tempi nuovi. Il cardinale tedesco Karl Lehmann (personaggio al di sopra di ogni sospetto) così commentava il contestatissimo libro “Infallibile?”: “Con la crudezza della sua interrogazione Küng ha denunciato le dichiarazioni insufficienti, con i loro riflessi sulla politica ecclesiastica, di una cattiva teologia nel campo della dottrina dell’infallibilità. Questo devono testimoniarglielo anche i suoi più accaniti avversari”. Certo, una critica costruttiva, pur se veemente, è senz’altro preferibile a un silenzio pauroso e imbronciato.

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La Madonna del Sasso… è ancora da restaurare!

Con questa domenica la Vergine si fa pellegrina nei Vicariati della Diocesi 

Il Santuario restaurato della Madonna del Sasso, abbarbicato sul monte sopra Locarno, risplende ora in tutta la sua incantevole bellezza. La domenica 25 marzo, festa dell’Annunciazione, il Vescovo celebrerà una solenne Eucaristia con la dedicazione del nuovo altare. In preparazione all’evento la Madonna si farà ancora una volta pellegrina sostando nei sei Vicariati della Diocesi. Comincerà questa domenica con il Mendrisiotto. Nelle esortazioni ai fedeli del Vescovo Pier Giacomo si coglie una precisa indicazione che possiamo riassumere così: “Il nuovo restauro deve diventare segno del rinnovamento di fede della nostra Chiesa locale”. Il titolo scelto per queste settimane di “peregrinatio” dice infatti: “Verso la Pasqua con Maria”. E non ci sono dubbi che il Vescovo intenda ricentrare l’obiettivo dentro lo spirito del Concilio Vaticano II, di cui proprio quest’anno ricorre il cinquantesimo di convocazione. L’impresa, a motivo di non poche derive devozionistiche e addirittura paganeggianti del culto mariano di questi ultimi anni, si rivela, perciò, tanto preziosa quanto doverosa.

Il Concilio ha parlato della Vergine Maria nel capitolo ottavo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa “Lumen gentium”. Il titolo preciso suona così: “La beata Vergine Maria, Madre di Dio, nel mistero di Cristo e della Chiesa”. La collocazione della riflessione su Maria illustra già la “svolta” conciliare: Maria è inserita nel mistero di Cristo e della Chiesa. I Padri rinunciarono ad uno specifico documento su Maria, all’incirca in sintonia con il classico assioma “per Mariam ad Jesum”, e prevalse la maggioranza che si dimostrava sensibile al movimento biblico, liturgico ed ecumenico. Da una concezione di Maria piuttosto soggettiva ci si orientò alla teologia del periodo patristico dei primi secoli, in cui la Madre di Gesù era considerata soprattutto come immagine della Chiesa. La svolta conciliare rappresentò, quindi, non certo una rottura, ma una felice riscoperta della tradizione più genuina della Chiesa. Maria è inseparabile dal mistero di Gesù e della Chiesa, e ogni liturgia, preghiera o devozione a lei rivolta deve esprimere inequivocabilmente la nota cristologica ed ecclesiale.

Dentro le sfide odierne del mondo, alle quali sappiamo di poter rispondere solo con una “nuova evangelizzazione”, bisognosi come siamo di rimettere a fuoco il senso della nostra appartenenza a Gesù Cristo e alla sua Chiesa, la presenza della Madonna del Sasso in mezzo a noi può diventare l’occasione propizia per un serio rinnovamento della nostra coscienza cristiana.

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“Christianos ad leones!”: I Cristiani ai leoni!

Il martirio è un aspetto immancabile della testimonianza cristiana

Il calendario liturgico di questi giorni presenta una bella lista di martiri dei primi secoli del Cristianesimo: san Fabiano, san Sebastiano, sant’Agnese, san Vincenzo, san Paolo apostolo, san Biagio, sant’Agata… Perché la Roma imperiale se la prendeva così tanto con i seguaci di Gesù? Nella celebre espressione di Tertulliano: “Christianos ad leones!”, (I Cristiani ai leoni!), contenuta nel suo “Apologeticum”, troviamo una prima risposta. Con questa battuta, infatti, Tertulliano polemizza con l’atteggiamento delle masse popolari pagane, ostili verso i Cristiani e sempre pronte ad attribuire a loro la colpa di ogni crimine e di ogni sciagura, e a richiederne per punizione la condanna ai giochi del circo. Nello sfascio dell’Impero, continuamente colpito da invasioni, carestie, pestilenze e sciagure di ogni genere, anche fra gli uomini di cultura pagani si era diffusa l’opinione che i responsabili di tutto ciò fossero proprio i Cristiani, i quali, rifiutandosi di rendere omaggio agli dèi tradizionali ne avevano provocato l’ira. In effetti, secondo la religione romana arcaica, tutta la collettività è responsabile della condotta religiosa di ogni suo singolo membro, per cui gli dèi decidono di colpire tutta la città (o tutto lo Stato) anche se solo una minoranza dei cittadini ha negato loro l’omaggio dovuto.

Insomma, la psicologia del capro espiatorio, la diffidenza che può suscitare una minoranza, il fastidio che può procurare chi ha il coraggio di andare contro corrente, ieri come oggi scatenano sovente odio e persecuzione. Anche ai nostri giorni, in non pochi Paesi del mondo (ce ne ricordiamo troppo poco), i Cristiani sono presi di mira, discriminati, calunniati, incarcerati, torturati e anche uccisi, semplicemente per il fatto di essere Cristiani. È terribile, eppure il martirio non è un incidente di percorso, bensì un dato immancabile della testimonianza cristiana. La sera dell’ultima cena, rivolgendosi ai suoi discepoli, Gesù l’ha dichiarato senza mezze misure: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giovanni 15,18.20). Allora ciò che dovrebbe veramente preoccuparci non è tanto la Chiesa quando è perseguitata, ma quando non lo è! Poiché se non è osteggiata da nessuno c’è da dubitare della sua fedeltà al Vangelo. Questa verità ha fatto dire al grande teologo protestante danese del secolo scorso, Sören Kierkegaard, in aperta polemica con la sua comunità cristiana di appartenenza: “Io non posso credere in una Chiesa che non sia perseguitata!”.

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Cristiani divisi… testimonianza debole!

Dal 18 al 25 gennaio l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani 

Con il termine “oikuméne” gli antichi Greci indicavano semplicemente la terra abitata, il mondo in quanto popolato. Nel linguaggio cristiano la parola si carica di un valore ulteriore: tutti sono chiamati all’unità della fede nell’amore di Gesù! “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”, dichiara Gesù nel Vangelo secondo Giovanni (10,16). La divisione dei cristiani è quindi un’anomalia, un errore, anzi, uno scandalo che contraddice mortalmente la vera natura della Chiesa del Signore. Sappiamo, infatti, che senza unità non può esserci neppure testimonianza credibile. Ricordiamo la preghiera di Gesù al Padre nell’ultima cena: “Tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17,21). Soprattutto nel XX secolo, a cominciare dai cristiani non cattolici, i cosiddetti fratelli separati, il desiderio dell’unità ha segnato in profondità la coscienza delle Chiese. E specialmente a partire dal Concilio Vaticano II, anche la Chiesa cattolica afferma con sincera convinzione che l’ecumenismo, lo sforzo per giungere alla piena unità, è divenuto ormai un dato irreversibile della vita ecclesiale.

In questi ultimi tempi, da più parti si sostiene che dopo gli entusiasmi iniziali l’ecumenismo si troverebbe ad un punto morto. Dopo la stagione conciliare, dopo Giovanni XXIII e Paolo VI, lo slancio ecumenico in casa cattolica si sarebbe di molto affievolito. Cosa dire? L’argomento è complesso e non può essere affrontato in quattro parole. Mi limito però a ricordare quella celebre espressione di Papa Giovanni che non è semplicemente una gentile o diplomatica esortazione, ma che costituisce, a mio avviso, l’indicazione più saggia per giungere sicuri all’unità perfetta. Raccomandava il Papa buono: “Figlioli miei, cerchiamo le cose che ci uniscono e non quelle che ci dividono!”. E quali sono quelle cose nelle quali tutti i credenti in Cristo già si ritrovano uniti? Molte! Innanzitutto la persona stessa di Gesù, Figlio di Dio morto e risorto, il dono del suo Spirito, e poi il suo Vangelo, il comandamento nuovo dell’Amore, il Battesimo, la preghiera. Nella misura in cui i cristiani di tutte le confessioni si sforzeranno di vivere queste magnifiche realtà che già li uniscono (e sono le verità essenziali), troveranno l’intelligenza e il coraggio di chiarire quei punti che ancora sono causa di incomprensione e di divisione. Credo che il gelo attuale dell’ecumenismo stia proprio qui: nella nostra incapacità a vivere sul serio tutto ciò che già ci unisce!

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Nel tempo dell’uomo irrompe l’eternità di Dio

Dal tempo “kronos” che ci consuma, al tempo “kairos” della salvezza!

Nonostante i nostri spensierati brindisi di “Buon Anno” (anzi, magari proprio anche per questi) non possiamo sottrarci agli inquietanti interrogativi che l’incessante fluire dei giorni reca con sé. Verso quale meta corre la mia vita? Perché la morte? E cosa resterà di me? La nostra esistenza è vissuta nel quotidiano, sequenza interminabile di pensieri, gesti e incontri che si susseguono nel divenire del tempo. Primavera, estate, autunno, inverno. Ieri, oggi, domani. È un continuo correre che ci affanna e ci logora. Gli antichi credevano che il tempo fosse un dio (Kronos), rappresentato come un personaggio che partorisce e divora i suoi figli. Anche noi abbiamo la sensazione di essere immersi nel tempo e di esserne mangiati: il tempo ci appare come il luogo del nostro progressivo e inesorabile disfacimento. Credenti o non credenti, buoni o cattivi, dotti o ignoranti, tutti crediamo che la morte è il nostro immancabile destino. Eppure vorremmo reagire e ipotizzare una soluzione diversa, perché nel profondo di noi stessi sentiamo di essere fatti per la vita e non per la morte. Malgrado l’ovvia inevitabilità della fine non ci rassegniamo ad essere prigionieri del tempo e preferiamo continuare la lotta (in greco “agonia”), perché avvertiamo che il nostro cuore è troppo grande per rimanere bloccato in una sequenza rigida e mortale di ieri, oggi e domani. Possiamo senz’altro affermare che questo inestinguibile desiderio di eternità e di vittoria sulla morte, prima ancora di essere descritto nelle pagine della Bibbia e nei testi sacri delle religioni, è iscritto nel DNA dell’uomo!

La fede ci dice che la nostra sete di eternità non è rimasta inappagata, perché il Dio-Eterno ha fatto irruzione nella storia dell’uomo liberandolo dalla caducità del tempo. Il cristiano crede che il Natale di Gesù non è semplicemente un episodio destinato alla commozione di persone pie, ma un fatto-mistero che riempie della sua luce di salvezza la notte dell’esistenza umana. Quel Dio-bambino, che come noi ha respirato nel tempo e ha condiviso la nostra fragile umanità, ha il potere di condurci con sé in quella eternità divina che è pienezza di vita e di felicità. Il tempo non è più soltanto “kronos”, uno scorrere spietato di anni che ci logora e ci annienta, ma “kairos”, lo spazio misterioso in cui ci è offerta per amore quella salvezza che ci fa partecipi della vita stessa di Dio. Il cristianesimo è la “divinizzazione” dell’uomo, ama ripetere don Vitalini riprendendo un’espressione tipica dei Padri della Chiesa. Sarà buono questo 2012 che abbiamo appena iniziato, se ogni giorno terremo viva nel cuore la certezza che Dio ci ha creati, nel tempo, come scintilla e promessa di eternità!

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Dio che è spirito si è fatto carne…

…mentre l’uomo che è carne fa di tutto per diventare spirito!

Quando ero ragazzo andava di moda il poeta e teologo francese Michel Quoist. Di lui ricordo questa espressione: “Dio e l’uomo assomigliano a due amanti ansiosi di abbracciarsi, i quali, purtroppo, sbagliandosi sempre sul luogo e sull’ora dell’appuntamento, non riescono mai ad incontrarsi”. Alberto Maggi, noto biblista italiano contemporaneo, riprende e precisa lo stesso pensiero: “Dio che è spirito si è fatto carne, mentre l’uomo che è carne fa di tutto per diventare spirito”. Entriamo qui nel dramma misterioso del rifiuto di Gesù, soprattutto da parte degli scribi e dei farisei, descritto dai Vangeli. “Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto” (Giovanni 1,12). Gesù è il Dio che nell’incarnazione è sceso per amore verso gli uomini. Scribi e farisei invece salgono interpretandola Leggedivina in senso disincarnato, moralistico e castrante. Il Signore scende, l’uomo sale e, quindi, non si incontrano mai. Anzi, a forza di salire verso il Dio dei cieli, scribi e farisei si allontanano sempre più da quel Dio che si è fatto uomo. Il paradosso è che quelli che per la loro devozione si ritengono i più vicini a Dio, di fatto sono i più lontani. Più cercano di avvicinarsi a Dio, meno lo incontrano. In Gesù, infatti, Dio ha assunto un volto umano e si manifesta nell’umano. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1,14). Ciò significa che al di fuori di quel che è umano non è possibile fare alcuna esperienza di Dio. Una spiritualità che disumanizza la persona, soffocandone la vitalità e reprimendone i sentimenti, non procede in alcuna maniera dalla verità dell’incarnazione. Una spiritualità del genere non solo non permette di incontrare Dio, ma lo impedisce, perché Dio può essere conosciuto e incontrato solo in ciò che è profondamente umano.

Il dramma dei contemporanei di Gesù può diventare, ahimè, anche il nostro, tutte le volte che, con l’illusione di una pura religiosità, immaginiamo un Dio fuori dal mondo ed estraneo alla nostra povera carne. Osservando l’attuale letteratura religiosa, mi chiedo se il proliferare di testi su presunte apparizioni mariane e la scarsa attenzione alla Dottrina sociale, come pure una certa assolutizzazione della disciplina ecclesiale in cui sembra prevalere più il Diritto canonico che lo stesso Vangelo (vedi l’esclusione dei divorziati risposati dall’Eucaristia), non sia un segno di una visione disincarnata di Dio. “L’uomo è la via della Chiesa”, ha scritto Giovanni Paolo II nell’enciclica “Redemptor hominis”. Sì, perché la carne dell’uomo è stata assunta da Gesù, il Dio fatto carne. Buon Natale a tutti!

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Quella Luce di salvezza che brilla per ognuno di noi

Il Natale di Gesù si fa umanesimo, si fa cultura, si fa civiltà fondata sull’amore 

Nella notte angosciosa del mondo splende la luce di Dio, quella luce di salvezza che è Gesù Cristo Signore e che raggiunge ogni uomo (cfr Giovanni 1,9). È questo il Natale! Ed è per questo che nessuno, ma proprio nessuno, può sottrarsi al suo incanto, al suo fascino, nonostante tutte le storpiature consumistiche, perché ogni uomo, forse anche solo inconsciamente, porta nella più segreta profondità del suo cuore un misterioso desiderio di perdono, di pace, di salvezza. Osserviamo la scena del mondo: forse mai come ai nostri giorni la realtà politica e sociale, lo spettacolo, la cultura, l’arte, puntualmente riportati dai “media”, ci testimoniano la miseria dell’uomo, la sua fragile personalità, la sua devastante sensualità, il suo inguaribile egoismo, la sua spaventosa crudeltà. L’uomo avverte il bisogno che qualcuno lo salvi. A questo punto, come luce sfolgorante nella notte della disperazione, risuona l’annuncio cristiano: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1,14). Dio, che è infinito e irraggiungibile nel suo mistero, ha abbandonato il suo cielo di gloria ed è approdato fino a noi, su questo piccolo frammento di cosmo che è la terra degli uomini, per donarci la salvezza. Il piccolo e fragile Bambino del presepe è la liberazione e la gioia del mondo. E a quanti lo accolgono nell’umiltà della fede, dona il potere di diventare figli di Dio (cfr Giovanni 1,13).

Non siamo più schiavi, ma figli liberi di Dio. Non siamo più vittime della paura e del male, ma siamo innalzati a un’immensa dignità. Questa è la buona novella che la Chiesa predica da duemila anni al mondo intero. Con questa fede, che è liberazione, l’uomo può procedere allora alle sue conquiste con mano sicura: al progresso tecnico e scientifico, alla lotta contro l’ingiustizia, alla costruzione di una città terrena degna dell’uomo. Per dirla con il grande Paolo VI: il Natale di Gesù si fa umanesimo, si fa cultura, si fa civiltà fondata sull’amore! Infatti, la società ove penetra il fermento cristiano, vede a poco a poco elevarsi il suo livello morale e civile, e ciò che sembrava concernere solo i rapporti dell’uomo con Dio, la fede appunto, si rivela il più potente fattore di unione e di solidarietà fra gli uomini stessi. La fede che unisce l’uomo a Dio, unisce l’uomo all’uomo in un comune ideale di giustizia e di progresso. Il Natale di Gesù è mistero di amore: l’amore che Gesù ci porta dal cielo rende possibile l’amore fra gli uomini. È il binomio che gli angeli nella Notte Santa hanno cantato: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Luca 2,14).

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Nessuno è degno di ricevere la Comunione…

… ma il Signore invita tutti al banchetto dell’Eucaristia!

Ho già riferito (e lo faccio ancora perché sollecitato da tanti confratelli e fedeli) delle riflessioni di mons. Corecco e di Giovanni Paolo II circa una possibile revisione della disposizione della Chiesa che non ammette i fedeli divorziati e risposati alla confessione e alla comunione. Entrambi si rendevano ben conto di come l’esclusione “ipso facto” dei cosiddetti “irregolari” dai sacramenti costituisse un problema assai doloroso, oltre che imbarazzante dal profilo pedagogico pastorale. Infatti, è mai possibile che la madre Chiesa, ministra della misericordia divina, neghi i sacramenti praticamente alla metà (queste sono le cifre) dei suoi figli sposati? Volesse il cielo che gli interrogativi del compianto Vescovo canonista e del beato Papa polacco venissero al più presto ripresi. Sì, perché la situazione è diventata insostenibile e senza una saggia evoluzione dell’attuale disciplina si rischia, come sempre, di cadere o nell’atteggiamento rigorista (la legge è così e non si discute), o in quello lassista (ognuno faccia come vuole).

L’esclusione dall’Eucaristia è giustificata, si legge nel “Direttorio di pastorale familiare” (n. 198), poiché la “situazione esistenziale (dei divorziati risposati) è in contraddizione con la fede annunciata e celebrata nei sacramenti”. Una motivazione certo non priva di qualche ragionevolezza: è lecito supporre che in molti fallimenti matrimoniali non si possa negare l’esistenza di precise responsabilità e colpe personali. Ma perché far derivare solo da questo disordine morale, e non da altri magari oggettivamente più gravi, l’esclusione dai sacramenti? I peccati contro la giustizia, l’onestà e la carità, non sono forse ancora più gravi di quelli sessuali? Mi si risponderà dicendo che la situazione dei divorziati risposati, a differenza di altre, esprime però uno stato di vita, se non proprio di peccato, almeno di “irregolarità permanente”. Ma che dire di coloro (e non sono pochi!) che con la seconda unione vivono un’esperienza d’amore onesta, sincera e fedele? “Bisogna considerare caso per caso!”: a questa conclusione, piena di bontà evangelica e di umano buon senso, erano giunti mons. Corecco e Giovanni Paolo II! Che si sappia! Una conclusione però che, ahimè, ancora fatica ad essere tradotta e formulata in un documento ufficiale. Se per ricevere la comunione non dovrebbe esserci alcuna contraddizione tra la vita vissuta e la fede celebrata, chi mai potrebbe accostarsi al banchetto dell’Eucaristia? Nessuno! Ecco perché prima di ricevere il Corpo di Cristo la liturgia ci fa dire giustamente: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”.

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Carissimo Vescovo don Mino…

…ti auguro la consolazione e la gioia di nonno Bruno!

Caro don Mino, ti ho pensato l’altro giorno quando, ritornando al villaggio di origine dei miei genitori vicino a Bergamo, ho fatto visita a nonno Bruno, un mio lontano parente che non vedevo più da tempo. Che tipo questo Bruno ormai ultraottantenne: un bergamasco di quelli davvero tosti! Indole buona, ma carattere forte, per non dire duro, tanto che la gente in paese lo chiama (ma senza farsi sentire da lui) “ol sacranon”! Sposato, quattro figli allevati con amore, ma più a suon di scapaccioni che di carezze, dieci nipoti e una ventina di pronipoti. Per tutta la vita ha fatto il segretario comunale del suo villaggio guadagnandosi la stima generale per l’onestà e la grande disponibilità verso tutti. Rivendicava quasi un diritto di paternità per quel suo villaggio, meritato anche perché, quando non era che un ragazzo più volte aveva fatto a botte con i fascisti negli anni bui della dittatura. Sua moglie mi ha detto che il pensionamento fu per lui un trauma. Si sentiva inutile, emarginato, quasi tradito. È stata la sua famiglia patriarcale a sostenerlo e a salvarlo, circondandolo di un incredibile affetto. Figli e nipoti sono adesso più che mai il suo orgoglio e la sua felicità. Anche se la vecchiaia e l’inattività gli pesano parecchio, la scoperta che la sua discendenza ha raccolto l’eredità del vecchio patriarca seguendone le tracce, lo fa gioire immensamente. E quando gli dicono, magari anche solo per farlo felice, che i nipotini assomigliano al nonno non solo negli occhi o nella bocca ma anche nel carattere, lui si commuove fino alle lacrime.

Caro don Mino, perdonami la sincerità, ma l’altro giorno incontrando nonno Bruno non ho potuto fare a meno di pensare a te, perché mi è parso di ravvisare nella vicenda umana di questo rude bergamasco qualcosa della tua storia. Non so quanto tempo ancora rimarrai al timone della Diocesi, ma quello che ti auguro con tutto il cuore è di vivere la situazione di “emerito” senza nessuna amarezza, ma con tanta consolazione. Ti auguro di rallegrarti pensando ai tuoi ragazzi del Papio che per lunghi anni hai tirato su con una passione educativa esemplare. Ti auguro di rallegrarti pensando al Ticino che hai visitato in lungo e in largo con uno zelo infaticabile, esortando, progettando, anche… bastonando, ma sempre con l’ardente desiderio di servirela Chiesa.Tiauguro di rallegrarti pensando alla mole dei tuoi preziosi insegnamenti contenuti in documenti, omelie, lettere pastorali e alle molteplici iniziative che hai saputo mettere in moto con la voglia di svegliare tutti. Non è sempre stato facile capirti e seguirti ma nessuno può mettere in dubbio la tua generosa dedizione. Prima o poi prenderai congedo dal servizio episcopale, ma intanto la tua Chiesa potrà usufruire dell’immenso bene che hai seminato. Ti auguro la consolazione e la felicità di nonno Bruno!

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